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Montrachet

 

La denominazione Puligny Montrachet condivide con il vicino Chassagne Montrachet l'onore di contare tra i grandi cru del suo territorio. Questi vini bianchi di Borgogna costituiscono l'espressione più perfetta dello Chardonnay. Si tratta di un vino secco, fruttato, distinto e profumato che difende bene la sua reputazione. Il Puligny Montrachet è perfettamente messo in valore da aziende come la Maison Louis Jadot, il Domaine Jacques Prieur, il Domaine Olivier Laflaive o Alain Chavy.

Lo Chassagne Montrachet rosso proviene dal vitigno Pinot nero che gli regala un bel colore sostenuto e soprattutto un bouquet fruttato che si apprezza sia al naso che in bocca. E' un vino potente che si conserva in cantina da cinque a dodici anni, da servire fresco. Lo Chassagne bianco invece è elaborato a partire da uve chardonnay, si beve dai tre agli otto anni, ma non troppo fresco in quanto ha bisogno di espandersi nel bicchiere.   

 

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Puligny Montrachet, uno sguardo d'insieme

Puligny Montrachet, un giacimento d'oro bianco

Appoggiato sulla roccia calcarea, a ovest, e sospeso al di sopra della falda acquifera, a est, il vigneto di Puligny estrae dalle sue viscere alcuni dei più pregiati vini bianchi secchi del mondo. In questa Venezia del vino, lo Chardonnay scorre lungo un Canal Grande tra palazzi denominati "Enseignières", "Folatières" o "Montrachet". 

Con le sue peculiari note eleganti e raffinate, questo vino apre le danze di un ballo di insospettabile complessità.

Nel sud della Côte de Beaune, Puligny condivide con Chassagne una denominazione comune all'insegna dei grands crus. I due borghi hanno ciascuno la propria, ma condividono la Bâtard-Montrachet e soprattutto la famosissima Montrachet, che vanta il primo posto a dispetto dei confini comunali. In entrambe le parti, gli abitanti si adattarono perfettamente alla situazione e diedero il via alla coltivazione delle vigne per mano di ambiti contadini, assicurando così la reputazione internazionale dei loro borghi.

Puligny Montrachet, discreto e famoso

Venendo dalla statale, Puligny non si distingue dagli altri comuni produttori di vino. Un cartello attira l'attenzione del turista e gli indica la presenza di un santuario del vino bianco, ma nessun altro segno distintivo particolare catturerà la sua attenzione. Se invece questo stesso turista entra in paese, sarà sicuramente conquistato dalla tranquillità che regna tra le belle case di pietra disposte intorno alle due piazze del borgo. Puligny custodisce i propri segreti dietro alle sue anonime facciate, a volte quelle di famose tenute, proprio come alcuni dei suoi grandi vini, che svelano i propri con estrema lentezza. Un sentiero di vigneti conduce alla frazione di Blagny, situata in cima alla collina.

Vale la pena il viaggio per potersi godere la vista sulla pianura, oltre che ammirare dall'alto la particolarità del pendio del vigneto. "Puligny" deriva dal radicale "pul" che significa "palude". È facile intuire le ragioni di questa denominazione, poiché relazionata al modo in cui le tenute vengono visitate. La degustazione, infatti, si svolge al piano terra a causa della vicinanza della falda acquifera, che ha impedito lo scavo delle cantine.

Nel Medioevo l'abbazia cistercense di Maizières (Saona e Loira) svolse un ruolo determinante nello sviluppo della viticoltura, in particolare nel "Mont Rachaz", il futuro Montrachet, il cui toponimo, nel 1879, si sarebbe definitivamente legato a quelli di Chassagne e Puligny, così come accadde tra Gevrey o Vosne e Chambertin o Romanée.

Il giardino delle delizie

A ovest del borgo il vigneto (235 ha) si presenta compatto e omogeneo. Blagny si estende verso l'alto e alcuni massicci boscosi ne interrompono l'apparente regolarità. Apparente perché, per chi vi si avventura e sa osservare, noterà che le variazioni di consistenza e forma del terreno in parte riflettono tutte le sottili sfumature trasmesse nel vino, solo in parte, perché le vie del sottosuolo sono inaccessibili. 

Di solito si fa riferimento ai due pilastri tra i quali si sviluppa la vite della Borgogna: la roccia e l'argilla. Si tratta del giurassico strato in cui, a Puligny, si sono formati i calcari bajociani e bathoniani mescolati alle marne. Un terzo strato si presenta in forma acquosa: l'acqua, la falda e le numerose sorgenti che si riversano sul vigneto.

La denominazione comunale inizia all'estremo ovest della statale 74, all'altezza della cittadina, seguita dalla schiera dei premiers e dei grands crus.

A Blagny i premiers crus sono i primi a dominare il settore, in tutti i sensi. Soltanto il Trézin ha ottenuto solo la DOC comunale  (AOC Village).

Grands crus

Montrachet

Onore al merito. Elogiare il Montrachet equivale alla lapalissiana circostanza di buttare giù una porta già aperta. Che sia uno dei più grandi vini bianchi secchi del mondo è saputo e risaputo. È il migliore? È una questione soggettiva, ma come si può negare l'evidenza? Quando sono presenti tutte le condizioni (annata e tenuta), il Montrachet trasforma lo chardonnay rendendolo un'opera d'arte. Questa trasformazione deve molto a ... (diciamolo pure!) un terreno eccezionale: esposizione S-E, pendenza del 10%, altitudine tra i 250 m e i 270 m, ambiente roccioso, calore favorevole ad alcune piante mediterranee, argilla tra il 32% e il 36%, marna ricca di ghiaia, potere filtrante del calcare limitrofo (50 cm), senza dimenticare la misteriosa vena rossastra che mantiene viva la leggenda nel cuore delle influenze della terra.

Alcune fonti citano il Mont Rachaz (montagna limata e ruvida) del XIII secolo. Il Montrachet come realtà vitivinicola ha probabilmente preso forma più tardi, nel corso del XV e XVI secolo. Ha acquisito la sua notorietà grazie al suo vino bianco, a differenza dei Bienvenues Bâtard-Montrachet che piantarono anche viti per la produzione di vino rosso. I vini delle parcelle circostanti si ispirarono al loro prestigioso vicino e le viti di Montrachet fiorirono in tutta la località. È per questo che l'autentico Montrachet fu chiamato Grand, Vrai Montrachet (Grande, Vero Montrachet) o Aîné (Il più grande). Nel 1921, una sentenza del tribunale di Beaune le conferì le sue dimensioni definitive, ratificate dall'I.N.A.O. nel 1939.

La metà degli 8 ettari si trova a Puligny. La parte relativa a Chassagne si chiama Le Montrachet ed ha un aspetto più frammentato. Pende leggermente più a sud e beneficia della ricchezza di tenute come Jacques Prieur (2 parcelle), il Comtes Lafon (estremo sud-est) o il Romanée-Conti (3 parcelle). A Puligny, cinque proprietari condividono questo piccolo angolo di paradiso. Sono, da nord a sud, il marchese de Laguiche (2 ha, la più grande parcella, vinificata e commercializzata da Drouhin), le famiglie Regnault de Beaucaron e Guillaume (80 are, uva o mosto venduti a Latour, Jadot e Olivier Leflaive), i Ramonet (26 are) e Bouchard Père et Fils (89 are).

Con il Montrachet il piacere è sempre garantito? Grazie ai produttori presenti in collina, le bottiglie in linea con le aspettative generate da questa AOC superano di gran lunga quelle da evitare. Non tutte però sono al vertice dell'Olimpo di Bacco, dove la motivazione qualitativa suprema è posta in secondo piano, dopo la speculazione e la legge della rarità.

Un altro aspetto da tenere in considerazione è evitare il consumo prematuro. Attendere con pazienza dai 5 ai 15 anni è una scelta ragionevole, per permettere al Montrachet di esaltare la sua complessità e tutto il suo splendore. Tutto in uno: potenza senza pesantezza, finezza senza morbidezza, linfa intensa e soprattutto una lunghezza fenomenale che infonde al palato miele, frutta secca, piante nobili, spezie,... Secondo tutti i viticoltori e commercianti di vino ciò costituisce il culmine teorico di una degustazione, ma a seconda delle risorse di approvvigionamento e delle annate, non si può garantire che una giostra gustativa, con tutte le grandi annate messe insieme, giri anch'essa a suo favore.

Chevalier-Montrachet

Sopra Montrachet, tra i 265 e i 300 metri, sorge fiero Chevalier-Montrachet. Il pendio è più ripido (20%), la pietra calcarea ne rafforza la tenuta, il terreno è formato da alcune terrazze e il paesaggio è caratterizzato da una deserta zona mineraria. Di fronte ai problemi di erosione, Chevalier potrebbe aver perso parte della sua essenza terrena per cederla ai suoi vicini del livello inferiore. In ogni caso, il suo universo minerale si riflette in un vino spesso lungo, vivace, squisitamente fine e voluttuoso allo stesso tempo.

Gli ultimi 7,36 ettari sono stati costruiti in più fasi. Le ultime modifiche risalgono al 1939, con la classificazione di un ettaro di Caillerets a Chevalier (Les Demoiselles), su iniziativa delle famiglie Jadot e Latour, e al 1974, con quella di 25 are per conto della tenuta di Chartron, questi ultimi vitigni però sono stati venduti. Tuttavia, questa tenuta è ancora in possesso del Clos des Chevaliers (consta di 3 murs, quindi denominazione legale). Dal 98, oltre al "normale" Chevalier, la casa Bouchard Père et Fils produce uno Chevalier La Cabotte (24 are) da vigneti situati vicino a un pittoresco edificio in pietra recentemente restaurato.

Bâtard-Montrachet

Tutti gli amanti dei grandi vini bianchi della Borgogna conoscono la leggenda di questo figlio illegittimo, nato dall'unione di una fanciulla e il signore di Montrachet. Quest'ultimo adottò il bambino per assicurare la sua discendenza dopo la scomparsa dell'atro figlio, lo Chevalier. Grazie allo status di famiglia del padre, al Bâtard toccò la miglior parte della superficie totale dei grands crus. Tra i 240 e i 250 m, rivendicò 11,87 ettari, di cui 6 ettari a Puligny. Il terreno si ispessisce, soprattutto a Puligny, e l'importanza della ghiaia diminuisce man mano che la pendenza decresce e raggiunge la DOC comunale (AOC Village), senza passare per i premiers crus. Nel XIX secolo, solo la parte più elevata, adiacente al Montrachet, era classificata come premier cuvée. La denominazione Bâtard, frazionata in moltissime parcelle, produce vini ampi, ricchi, maestosi, sotto la guida di grandi viticoltori, come Pierre Morey.

Bienvenues-Bâtard-Montrachet

La leggenda continua con le grida festose degli abitanti di Puligny mentre danno il benvenuto al loro futuro sovrano. La località menzionata, già nota nel XIV secolo, dal 1939 costituisce un'enclave ufficiale, di 3,69 ettari, incluso nel territorio di Bâtard, condividendone il profilo pedologico e l'esposizione ad est. Gli artisti del XIX secolo menzionano Montrachet, Chevalier, Bâtard e Bienvenues. 

In Borgogna, si definiscono "climat" gli appezzamenti che costituiscono il territorio viticolo. Il climat in questione si colloca nella zona classificata come deuxième cuvée dal Comitato per l'agricoltura di Beaune, nel 1860. Ciò significa che Bienvenues è solo un piccolo figlio illeggittimo? Un altro Bâtard? No! I Bienvenues sono stati valutati sotto diversi aspetti e si è riscontrato, attraverso una stesura globale identica a quella dei Bâtard, un lato più arioso e un leggero plus di delicatezza. Tuttavia, non è possibile trarre conclusioni definitive, frutto di esperienze isolate. Ad ogni modo, il Bienvenues, vinificato da produttori come la famiglia Carillon, non ha motivo di temere uno scontro alla cieca. 

Premiers crus

Una ventina di climat si contendono i 100 ettari di questa zona di produzione, di cui 2 ettari sono vigne rosse. In merito ai vigneti, si possono distinguere diverse grandi aree, ma la situazione è molto più complessa di quanto non mostrino queste sommarie suddivisioni.

La fascia dei premiers crus in cui si estendono orizzontalmente i grands crus ha un terreno più spesso rispetto a quello soprastante e si unisce alla frazione di Blagny, a più diretto contatto con la roccia.

I premiers crus Cailleret e Pucelles, vicini di casa dei grands crus, mostrano la loro eleganza e raffinatezza, specialmente i Cailleret.

Il Clavoillon, un quasi monopolio della tenuta di Leflaive, sebbene bilanciato in acidità, risulta più intenso.

Perrières (insieme al Clos de la Mouchère), Referts, Clos de la Garenne, Champ Canet e Combettes, (il più limitrofo a Meursault, tra tutti i vigneti di Puligny) producono vini rotondi, lussuosi, robusti, potenti e più o meno minerali a seconda delle circostanze (ubicazione, età delle viti e processo di vinificazione).

Il Folatières, il più grande premier cru (quasi 18 ha), sviluppa molteplici aspetti. Il pendio aumenta e la parte superiore è coperta dal calcare. Lo stesso vale per Chalumeaux, Truffière e Champ Gain, i cui terreni magri sono fonte di vini più compatti, più inclini a ripristinare l'acidità che ad accumulare zuccheri.

Garenne, Hameau de Blagny e Sous le Puits sono Puligny premier cru bianchi, ma, se lo chardonnay cede il passo al pinot nero (che, tra l'altro, sposa alla perfezione), si tratta piuttosto di Blagny premier cru. L'altitudine si fa sentire, l'influenza del bosco anche (la zona è più fredda), ma la vivacità, unita ad una buona sostanza, porta comunque a risultati interessanti nei bianchi, pur senza raggiungere la complessità dei vini in valle, soprattutto nel caso del Sous le Puits. 

Denominazione comunale

La Puligny DOC comunale (AOC Village) si presenta in due diverse varianti: una cuvée "rotonda", composta da una combinazione di appezzamenti con proprietà complementari, in quanto non tutti godono, singolarmente, di tutte le proprietà al completo (questa è la variante più frequente), oppure un unico appezzamento.

Dei 114 ha di questo tipo di denominazione, solo 1 ha è destinato ai vini rossi.

Un Puligny si distingue spesso per la sua finezza e quel pizzico di acidità che lo contraddistingue dai suoi vicini più prossimi, Chassagne e Meursault.

Citiamo inoltre Les Levrons di Patrick Javillier e Tremblots di Hubert Lamy, due vini potenti, e soprattutto i sensazionali Enseignières de Coche-Dury.

Il Trézin, in cima alla collina, sarà Puligny in vino bianco, ma Blagny in vino rosso.